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![]() Home Fabio Monteduro
Fiction CATALESSI Parte Prima Ottobre 1955 - Stefano! - urlò esasperata la maestra. Il bambino, dieci anni, alzò su di lei lo sguardo più ingenuo del mondo. Elisa, seduta nel banco davanti, piagnucolava tenendosi la lunga treccia che Stefano le aveva tirato con perfidia. - Si può sapere che cosa ti passa per la testa? - riprese la maestra indignata, nonostante le abituali improvvisate di "quel ragazzo terribile", come ormai tutto il corpo insegnante aveva preso a chiamare Stefano Torre. - Non ho fatto nulla... - affermò sfacciatamente lui. Paolo, seduto dietro, scoppiò in una fragorosa risata. - Voi due - s'intromise la maestra, ora completamente fuori dei gangheri - Quando la finirete? Mi sono seccata del vostro atteggiamento... - E se l'annaffiassimo? - bisbigliò Alberto che dei tre era il più grande e il più... ripetente. Questa volta tutta la classe scoppiò a ridere. La signora Milardi assunse preoccupanti tonalità di viola, prima di prorompere in un grido che ammutolì tutti. Solo Torre continuò a ridacchiare stoltamente. - BASTA! ANDATE TUTTI E TRE DAL DIRETTORE... COSI' IMPARERETE... - Ma signora... - tentò Paolo. - SILENZIO! USCITE IMMEDIATAMENTE... Alberto e Paolo si alzarono e si avviarono verso la porta; Stefano continuò a sghignazzare. - TORRE! - urlò la Milardi stravolta. Stefano sembrò tornare improvvisamente alla realtà, aprì gli occhi bagnati dalle lacrime per il gran ridere e si guardò intorno come se non sapesse bene dove si trovasse. Poi si alzò un po' traballante e seguì i suoi amici fuori della porta. - Accidenti... - sospirò la signora Milardi. Paolo ed Alberto guardarono Stefano andare loro incontro; il suo viso non sembrava tradire alcuna emozione, al contrario dei due che tremavano dalla paura per il professor Bucci, il terribile direttore della Scuola Elementare. Nella mano destra di Stefano c'era ancora una ciocca bionda dei capelli di Elisa Parisi che egli ripose con cura nella tasca della sua consunta giacca di velluto. - Andiamo? - disse e si avviò di buona lena verso l'ufficio del direttore. Alberto e Paolo si scambiarono uno sguardo avvilito, prima di seguirlo. Non era andata male come avevano creduto... era andata peggio! Il direttore Bucci era letteralmente impazzito dalla rabbia, quando i tre si erano presentati davanti a lui ed ai risolini idioti ed incoscienti di Stefano aveva risposto appioppando ai malcapitati un'intera settimana di sospensione, con l'aggiunta, solo per Torre, di presentarsi il giorno dopo accompagnato da suo padre. I tre se ne stavano seduti nei giardini del parco della "Villa Reale" e si scambiavano sguardi spaventati, mentre un vento leggero scompigliava i loro capelli e le poche, annebbiate idee, che le loro teste contenevano. Dopo un po' Alberto tirò fuori della sua bisaccia un logoro pacchetto di MS e ne offrì agli amici. Fumarono in silenzio, ognuno a covare il proprio terrore per il ritorno a casa. Paolo sapeva che suo padre non lo avrebbe lasciato uscire per l'intera settimana di sospensione (addio, quindi, alla partita di martedì) ed Alberto era sicuro che le avrebbe prese di santa ragione. Ma entrambi erano certi che qualunque fosse stata la pena loro inflitta, nulla sarebbe stata se confrontata a quella di Stefano... troppe volte egli era arrivato a scuola, o al campetto dell'oratorio, con gli occhi tumefatti e le braccia livide; c'era stata quella volta, poi, che si era presentato in classe con un braccio fratturato e aveva affermato di essere caduto dalla bicicletta, ma molti dei suoi compagni (sicuramente Alberto e Paolo) sapevano quale era la verità... Proprio in quel momento, una vespa, ronzante e grassoccia, si avvicinò al terzetto, quasi volesse interrompere quel malinconico quadretto; Alberto squadrò l'insetto senza muoversi, quasi con un certo accademico interesse, mentre Paolo, ben sapendo l'irragionevole paura di Stefano, cacciò un grido d'allarme. Torre saltò in piedi, come se al posto delle gambe gli fossero cresciute un paio di molle e preso il suo libro d'algebra (quello più grosso e più inutile, a sentire lui), si lanciò contro la vespa e la schiacciò inesorabilmente tra le pagine. - Le odio... queste schifose! - affermò. Stefano Torre, capelli neri come il suo cuore ed occhi verdi da felino, viveva con quella che forse è esagerato chiamare famiglia, ad Acquarica, paesino ad una ventina di chilometri da Lecce, nella località denominato Colli del Sole (quasi che fosse un magnifico sobborgo residenziale, invece di una specie di ghetto di case popolari e strade sterrate). Era un fatto risaputo che quello era un posto da evitare e tutti erano d'accordo (direttore e maestra in testa) che ai Colli del Sole erano la violenza e la droga a farla da padrone, per le strade e nelle case, e che non c'era altro posto, nelle vicinanze del capoluogo salentino, dov'era altrettanto difficile vivere. Ma nessuno aveva mai detto a Stefano che le cose non sarebbero dovute andare così; nessuno aveva ritenuto di avvertirlo che quella non doveva necessariamente essere la realtà: una vita fatta di immondizie e scarafaggi, di siringhe e spinelli, di topi, gradassi e angherie, dove o schiacci o sei schiacciato... nessuno lo aveva fatto, sicuramente non suo padre, Nicola Torre, un individuo insignificante con la fissa per le ragazzine, che alcuni anni prima aveva abbandonato la sua famiglia per fuggire con una minorenne dalle grosse tette e dal piccolo cervello. La loro fuga, durata solo poche settimane, era finita quando il padre e i fratelli della giovane, li avevano trovati in una specie di bettola nel napoletano. A lei avevano rotto un braccio e gonfiato la faccia, a lui l'avevano spedito in fin di vita all'ospedale, dov'era rimasto per quattro mesi. Tutto ciò era accaduto circa sei anni prima e nell'ultimo appena trascorso la situazione dei Torre, che già erano vissuti nell'indigenza alla fuga di Nicola, era addirittura peggiorata, quando l'uomo era tornato a casa. La sua squallida vicenda aveva reso Nicola un uomo violento, con improvvisi scatti d'ira di cui facevano spesso le spese i suoi tre figli, ma più certamente sua moglie Lucia, una donna caparbia in gioventù che l'arroganza dell'uomo che aveva avuto la sventura di sposare, aveva reso fragile e scialba, quasi trasparente. Stefano aveva solo quattro anni quando suo padre era fuggito con la minore e sua madre (oltre a lavorare in un ristorante) aveva dovuto prostituirsi per tirare avanti. Con l'inizio di questa nuova "attività" era cominciato anche il suo viaggio verso il paese dell'alcolismo e del vino scadente, un viaggio che l'avrebbe condotta alla morte... Stefano ne era certo. Ma non era tutto qui. Le disgrazie, infatti, molto più delle buone notizie, viaggiano spesso in triste compagnia, così Michele, il fratello maggiore di Stefano, di sette anni più grande, che da qualche tempo vendeva hashish davanti alle scuole, aveva cominciato a spacciare eroina e dal venderla al farne uso, il passo era stato breve. E così Maria, la loro sorella, di cinque anni più grande di Stefano, non poteva certo sperare di salvarsi dalla voragine che si andava allargando sotto i loro piedi, anche se era l'unica che mostrasse un minimo d'interesse per la scuola. Ma di certo l'incontro con Tommaso Pistone, tipico personaggio da palestra con più muscoli che cervello, di cui lei credeva di essersi innamorata, non l'avrebbe certo aiutata ad andarsene dal paese, condizione principale per evitare la disfatta. Erano passate le quattro del pomeriggio, quando Alberto e Paolo se ne erano andati, lasciando Stefano nel parco; forse avevano raccolto abbastanza coraggio per affrontare i propri genitori, o più semplicemente avevano deciso che allungare i tempi non avrebbe giovato alla loro situazione. Stefano non si era alzato, si era fatto lasciare un'altra sigaretta da Alberto e se l'era accesa con calma, mentre dentro di lui nasceva la voglia di andare a vedere il mare. Già, proprio una gran voglia! Tutto pur di non dover tornare in quella casa, dove c'era quell'uomo che aveva la sventura di dover chiamare padre... Con gli ultimi spiccioli che gli restavano in tasca (monete che debitamente sottratte dai cappotti dei compagni di scuola) Stefano acquistò un biglietto per Gallipoli e salì sul primo pullman in partenza. L'autobus era completamente vuoto e Stefano andò a sedersi nell'ultimo posto, con gli occhi socchiusi e il cervello in fiamme. Forse avrebbe ucciso suo padre. Si, non vedeva che altro avrebbe potuto fare. Due lacrime uscirono solitarie, mentre la sua mente era travolta da pensieri e problemi ben più grandi di lui. - Ehi, ragazzino... - lo chiamò l'autista del pullman. Stefano non lo degnò di uno sguardo. - Moccioso... dico a te. - Che vuoi? - fece Stefano in malo modo. - Questo autobus non torna indietro, lo sai? Non ce ne sono che tornano qui, da Gallipoli. - Ho fatto il biglietto, no? - fece Stefano sgarbatamente - Allora fatti gli affari tuoi. - Bé, non c'è bisogno che ti scaldi tanto... - fece l'autista girando la chiavetta d'accensione. Il vecchio motore si accese con un ruggito poco rassicurante e se ne rimase a gracchiare come un corvo malandato. - Idiota io - pensò l'autista - che credevo di fargli un favore... - con un sorriso sprezzante sulle labbra lasciò andare la frizione e il pesante mezzo si mosse scricchiolando, mentre una nube di fumo nero ed acre si perdeva nell'aria. Una grigia foschia cominciò a venire dal mare e Gallipoli perse subito il suo fascino estivo. Non faceva freddo, anche se il tempo era l'ultimo dei pensieri di Stefano; egli, seduto sulla spiaggia, continuava a guardare l'infrangersi insistente delle onde sulla battigia. Ora stava scendendo velocemente la sera ed anche quel pallido sole che aveva tentato di scaldare quella parte di umanità, si andava stemperando sul limitare del mare, là dove sembra finisse anche il mondo. Si alzò, spazzolandosi il fondo dei pantaloni dalla sabbia e si diresse lentamente verso la cittadina, dove contava di sgraffignare qualcosa da mettere nello stomaco: era dalla sera prima, quando aveva mangiato della minestra di verdure e un pezzo di formaggio con un po' di pane, che non metteva niente sotto i denti. Arrivò in una piazza al limitare del porto vecchio e si guardò intorno per decidere il da farsi: sulla sua sinistra c'era una chiesa con le porte sprangate e alcune abitazioni che dovevano essere abbandonate. Si sedette su una panca e il suo stomaco rumoreggiò; si volse allora verso la chiesa e si accorse solo in quel momento che, dondolanti nella brezza marina, leggermente decentrati rispetto alla chiesa, c'erano alcuni alberi da frutta, meli perlopiù e Stefano s'incamminò da quella parte; poi, guardandosi intorno furtivamente, scavalcò il basso recinto e si ritrovò nel giardino della chiesa. Istintivamente la sua mano corse alla tasca della giacca e toccò il suo coltello a serramanico, quello che gli aveva regalato Tommaso, l'amico di sua sorella, quindi, con pochi rapidi movimenti, salì sull'albero più vicino e cominciò a tagliare una mela, divorandola in pochi famelici bocconi. Erano mele un po' aspre, piccole e dure, ma Stefano le trovò deliziose. Attaccò un secondo frutto che sparì con la stessa velocità. Aveva già ingurgitato la terza mela, quando sentì una voce provenire dalla canonica in fondo al giardino. - Chi va là? Stefano si bloccò immediatamente e vide un uomo calvo e corpulento. Vicino a lui c'era un cane di media taglia che già gongolava dalla voglia di rincorrere l'intruso. - Chi c'è su quell'albero? - disse il prete. Stefano si lasciò cadere e atterrò male su una caviglia. Trattenne a stento un grido. - Ladro! Sei tu che vieni a rubare in chiesa, eh? - tuonò l'uomo e proprio in quel momento il cane si lanciò alla carica; raggiunse Stefano, mentre cominciava a scalare la recinzione e prese a morderlo sulle gambe, facendolo cadere. Fu allora che la fredda determinazione di Stefano, quella che l'avrebbe contraddistinto del prosieguo della sua vita, vinse la paura. Si accorse che nella sinistra stringeva ancora il coltello e lo affondò nella gola del bastardo, sgozzandolo con un rapido movimento. Il guaito del cane e l'urlo del prete avvennero in perfetta e sorprendentemente sincronia. Stefano fu di nuovo in piedi in un attimo e prese a zoppicare verso la recinzione, poi qualcosa lo fece fermare, un pensiero, ed egli tornò indietro, afferrò un orecchio del cane agonizzante e lo tagliò di netto, quindi lo ripose, sanguinolente, nella tasca della giacca, stando ben attento a non sporcare la ciocca di capelli che quella mattina aveva strappato ad Elisa Parisi. Lanciò un'ultima occhiata al prete, immobilizzato davanti alla porta della canonica, poi scavalcò la rete e si allontanò nella notte. Arrivò, ancora leggermente zoppicante, sulla spiaggia e si lasciò cadere sulla sabbia compatta, esausto, ma anche felice per quel nuovo trofeo. La luna si rifletteva gelida e spettrale sul mare e Stefano estrasse l'orecchio del cane per andare a lavarlo nell'acqua salata, poi tornò a sdraiarsi. Il sonno e il sole che lo svegliò, la mattina successiva, sembrarono arrivare in simultanea. Stefano arrivò fino alla superstrada e riuscì a trovare un passaggio fino ad Acquarica. Arrivò a casa alle tre di quel pomeriggio e trovò sua madre sdraiata sul divano, nella penombra del soggiorno. - Sei tu, Stè? - lo chiamò con quella sua voce strascicata, da ubriaca, che Stefano odiava tanto. - Si, si... - fece lui, evitando di guardarla. - Tuo padre... - cominciò, ma smise subito. - Cosa? - fece lui con rabbia e finalmente il suo sguardo si posò su di lei: sulla guancia andava ingiallendosi un brutto ematoma ed entrambi i suoi occhi erano pesti e violacei. - Che ti è successo? - chiese il ragazzino con la voce che già s'incrinava. - Niente... non preoccuparti. Io... - CAZZATE! - esplose Stefano - E' stato lui, non è vero? - Si! - disse una voce alle sue spalle e girandosi Stefano vide suo fratello Michele. - Perché? - fece Stefano piangendo, anche se già conosceva la risposta. - Quando ha telefonato il direttore della tua scuola è impazzito dalla collera... se fossi tornato a casa ti avrebbe ucciso, ne sono certo... ha cominciato a gridare e a sostenere che la mamma sapeva dove ti eri nascosto e quando lei ha detto di non saperlo, ha cominciato a picchiarla e sembrava non dovesse smettere più... poi se n'è andato e da ieri non abbiamo sue notizie... - negli occhi di Michele si leggeva un grande sgomento al ricordo di quel pomeriggio. - Spero che sia morto... - fece Stefano e continuando a piangere se ne andò in bagno. Ma Nicola Torre non era affatto morto. Stefano lo sentì rientrare quella notte, strascicando i piedi e bestemmiando sommessamente; lo sentì, tremando sotto le coperte, passare davanti alla stanza che divideva con Michele e gettare uno sguardo all'interno, poi, lasciando partire un peto rumoroso, mettersi a ridere. Fu in quel momento che il ragazzino capì e fu come una folgorazione: suo padre era impazzito. La mente di Stefano si paralizzò a quel pensiero e qualcosa la attraversò come vento gelido tra le rovine di un cimitero; non poteva saperlo, ma quella fu una vera e propria esperienza paranormale: fu allora che egli "avvertì" la morte di suo padre. Quella mattina, di buon'ora, Stefano uscì di casa per andare al suo rifugio, una nicchia scavata sotto la cantina del "casermone" in cui abitavano e di cui lui solo era a conoscenza; neanche i suoi amici più intimi, Paolo ed Alberto, sapevano di quel luogo, che per Stefano era una specie di santuario. Suo padre, l'unico che scendesse nell'interrato, di tanto in tanto, per piccole riparazioni o per spaccare la legna per la stufa della cucina, non aveva mai scoperto nulla... e la cosa, già di per se, aveva del miracoloso... Stefano arrivò in cantina in punta di piedi e si azzardò a lanciare una breve occhiata alla porta socchiusa, per vedere se ci fosse qualcuno, poi la spinse ed entrò, chiudendola alle sue spalle. Poi, muovendosi verso l'angolo più lontano, Stefano vide la vecchia stufa che copriva l'ingresso del suo pertugio, si inginocchiò sotto di essa e, spostata la grata di metallo, entrò nell'atmosfera umida del suo nascondiglio. Si trattava di un locale di due metri per due, alto circa un metro e mezzo, scavato tenacemente nel sottosuolo. Stefano aveva posto delle tavole di legno sul soffitto e sulle pareti, per evitare che la terra franasse, e aveva posto una rudimentale presa d'aria che finiva, celata dietro un grosso cespuglio, nel retro del palazzo; forse, se le cose fossero andate in maniera diversa, il ragazzo sarebbe potuto diventare un buon architetto. Su una mensola attaccata alla parete di destra, c'erano vari barattoli di vetro, del tipo che si usano per le conserve, e dentro ognuno di essi c'erano i suoi "trofei": la coda di un gatto, ucciso a sassate un anno prima; la testa di una lucertola, strappata a mani nude al rettile ancora vivo; una grossa ciocca di capelli di sua sorella Maria, che le aveva tagliato, mentre la ragazza dormiva; gli occhi di un cane, presi al "bastardo" che gli abbaiava dietro ogni mattina, mentre andava a scuola. E in quella rassegna degli orrori, Stefano inserì i suoi ultimi trofei: i capelli biondi di Elisa e l'orecchio mozzato al cane, poi guardò il tutto con gli occhi spiritati di un grande collezionista d'arte che ha appena aggiunto un Picasso alla sua già vasta collezione. Si chinò a prendere una bottiglia piena per metà e ne versò il contenuto nel barattolo con l'orecchio del cane, finché il liquido maleodorante non lo ricoprì completamente; era formalina, la cosa migliore per conservare la materia organica, il fluido che, mettendo alla prova tutto il suo coraggio e la sua incoscienza, era riuscito a rubare, un anno e mezzo prima, nell'obitorio comunale. Stefano si adagiò sul pavimento di terra battuta e si lasciò andare al sonno, in quel luogo che per lui rappresentava la calma e la beatitudine. Sognò di alzarsi in volo, di volare sulla sua brutta città e di lasciare dietro di se la sua orribile vita… ma sognò anche di scendere in picchiata su suo padre e di ucciderlo come il cane che era. Era ormai passato un mese dall'ultima burrasca e sebbene Stefano e suo padre continuassero ad evitarsi, non c'erano più stati gravi episodi di violenza (in una sola occasione Nicola aveva colpito Lucia con uno schiaffo, per un ritardo sull'orario della cena, ma in confronto ad altre volte era sembrato poco più che un buffetto) e la cosa cominciava a sembrare strana. Somigliava troppo alla quiete prima della tempesta... Stefano tornò a casa quel pomeriggio, dopo l'ennesima, disastrosa giornata di scuola. Aprì la porta e non trovò nessuno: sua madre doveva essere ancora al ristorante, sua sorella a scuola e Michele... a "bucarsi" da qualche parte, per quel che ne sapeva. Dove si trovasse suo padre non lo interessava minimamente, bastava che fosse il più lontano possibile da lui; per quello che gli riguardava poteva anche essere finito sotto un treno... sperava che fosse finito sotto un treno. Entrò in cucina e vide sul tavolo il pranzo lasciatogli da sua madre (un panino con tonno e pomodoro e una mela), poi sentendosi completamente privo di appetito, se ne andò verso la stanza che divideva con Michele. Aveva intenzione di starsene sdraiato sul letto per un po', poi se ne sarebbe andato nel rifugio a rimirare la sua collezione. Ma quando giunse davanti alla camera dei suoi genitori, notò che la porta era chiusa e per un momento provò un brivido. Forse suo padre era in casa. Si avvicinò cautamente e appoggiò un orecchio al battente, sentendo all'interno il tipico cigolio delle consunte molle del materasso. Quello stesso rumore che sentiva la notte, quando il silenzio era quasi palpabile e suo padre sì "sbatteva" sua madre… quello stesso cigolio che lo aveva tormentato per anni, quando Lucia si portava a casa qualche "cliente". Che avesse ricominciato a prostituirsi? Si chiese con un moto di terrore. No, non lo credeva possibile. Era più facile che quel porco di Nicola si fosse portato a casa qualche sgualdrina e che adesso... da dietro la porta il cigolio aumentò di intensità e sommessi mugolii gli giunsero alle orecchie. Si chinò a sbirciare dal buco della serratura e vide sul letto, avvinghiati in un tumulto di gambe, braccia e sederi, sua sorella Maria e quell'omuncolo di Tommaso Pistone. Una parte di lui sospirò di sollievo (meglio Maria con il suo boy-friend che sua madre con un "cliente") e per poco non scoppiò a ridere, quando intravide il deretano di Tommaso, peloso come quello di un orango, ma poi gli venne in mente che da lì a poco sarebbe tornata sua madre e, orrore nero, forse anche suo padre. Maria era impazzita! Non c'era altra spiegazione. Poveraccia, e come non capirla con la famiglia che si ritrovava? Quasi che i suoi pensieri e le sue paure prendessero corpo, udì per le scale la tipica camminata strascicata da fannullone di Nicola e, se mai avesse avuto bisogno di una conferma, anche la sua voce che rispondeva al saluto del signor Franco, al piano di sotto. Stefano fu preso dal panico. Cominciò a girare in tondo come un leone in gabbia, guardando la porta della stanza da letto e quella d'ingresso. Decise troppo tardi di fare irruzione in camera, proprio nel momento in cui Nicola infilava la chiave nella toppa ed apriva la porta. I due si guardarono un momento, poi l'uomo riprese a camminare verso il bagno, trascinandosi dietro un olezzo che il ragazzo non poté non associare a sua madre: Nicola era ubriaco fradicio. Appena la porta del bagno si chiuse alle sue spalle, Stefano si fiondò in camera e per un momento rimase senza fiato nel vedere sua sorella in ginocchio sul letto che lo prendeva bellamente in bocca a Tommaso. Vedendolo entrare così bruscamente, per poco ai due non venne un colpo. - Ehi! - fece Tommaso. - Stè! Che ci fai qui? - disse Maria, togliendosi dalla bocca il membro eretto del ragazzo. - Papà... Nicola... - riuscì a biascicare Stefano - Lui... Non riuscì a finire la frase. Nicola Torre apparve alle sue spalle, afferrò il ragazzo di peso e lo lanciò verso l'armadio, dove atterrò in un frastuono di vetri rotti. - CHE STATE FACENDO? - tuonò, vedendo sua figlia e quell'altro, completamente nudi. Tommaso Pistone cadde pesantemente dal letto, per lo stupore e Maria proruppe in un grido che alle orecchie di Stefano fu uguale a quello di un maiale scannato. - Maledetta puttana - disse Nicola avanzando verso di lei - sei uguale a tua madre! - Sta fermo... NON MI TOCCAREEE!!! - gridò istericamente Maria. Nicola la prese per i capelli e cominciò a trascinarla giù dal letto. Tommaso, dietro di lei, tentò di battersela, ma Nicola lo afferrò per il collo e lo costrinse ad inginocchiarsi. - Non t'azzardare a muoverti - gli sibilò e riprese a trascinare sua figlia, che strillava come una folle. Tommaso tentò di rialzarsi e Nicola lasciò andare Maria per rivolgere la sua attenzione a lui; parò facilmente con un braccio il pugno del ragazzo e con l'altra mano andò a serrargli i testicoli. - Con questo non farai più nulla a nessuna... - e cominciò a tirare. L'urlo di Tommaso Pistone e la sediata con cui Stefano colpì suo padre avvennero quasi nello stesso tempo e l'uomo si accasciò sul pavimento. - Oh, mio Dio! Oh, mio Dio... per poco non mi castrava - fece Tommaso con una ridicola voce in falsetto che fece pensare a Stefano che l'avesse evirato davvero. - Scappa Tommaso - disse Maria - Scappa, prima che questo ti ammazzi... Il "forte" e "coraggioso" grand'uomo tutto muscoli, non se lo fece ripetere due volte, afferrò i suoi vestiti e se la diede a gambe. - Che facciamo? - chiese Maria rivestendosi. - Non ne ho idea... ma è meglio che te né vada… - E tu? - chiese lei, ma già era arrivata alla porta d'ingresso. - Vai! Io... - Nicola cominciò a muoversi - Vai, vai! - ripeté Stefano e Maria scomparve oltre la soglia. Nicola aprì gli occhi, massaggiandosi la testa, poi fece per alzarsi, ma ripiombò a terra con un'esclamazione d'ira. Si voltò e vide Stefano e i suoi occhi s'animarono di comprensione. In un attimo fu in piedi e afferrò suo figlio per le spalle. - Dove sono andati? - disse. - Non lo so - fece il ragazzo. - DOVE? - ripeté Nicola e colpì Stefano con uno schiaffo. In quel preciso momento qualcosa si mosse nella mente di Stefano e i soprusi, le angherie, le violenze subite da lui e dai suoi familiari, per mano di quel degenerato, gli si materializzarono davanti e senza nemmeno sapere come, si ritrovò il coltello nella mano; i suoi occhi e quelli di Nicola per un momento fissarono attoniti l'oggetto, poi Stefano ruotò il polso e conficcò l'arma nel fianco di suo padre. Nicola, sbalordito, si allontanò dal figlio con la bocca aperta a formare una O perfetta. - Tu... piccolo figlio di troia - disse e con un ruggito animale gli si lanciò addosso; soltanto grazie alle tecniche di fuga, imparate sulla strada, Stefano riuscì a non essere agguantato. Si divincolò e si lanciò fuori della porta. Nonostante fosse ferito e ubriaco, Nicola gli fu subito dietro e prese ad inseguirlo per le scale del palazzo; alcuni si affacciarono dalla porta dei loro appartamenti, nel sentire il trambusto, ma subito richiusero, quando videro la faccia distorta dalla follia di Nicola. - Fermati, figlio di puttana - urlò l'uomo, ma Stefano continuò a lanciarsi a capofitto giù per le scale; era sua intenzione distanziarlo abbastanza da potersi rifugiare nella sua stanzetta in fondo alla cantina. Giunti all'altezza del terzo piano (la loro abitazione si trovava al settimo), Stefano ebbe uno scarto improvviso e Nicola, sorpreso, inciampò sui suoi stessi piedi, rovinando dolorosamente sul pianerottolo; era l'occasione che Stefano aspettava. Senza guardarsi dietro, si fiondò sul portone d'ingresso del palazzo, lo aprì di scatto e poi lo fece sbattere con violenza, nel tentativo di ingannare Nicola; quindi si lanciò in cantina, aprì la porta, strisciò sotto la vecchia stufa e si accasciò ansimante e tremante nella penombra della sua stanzetta. Con una lama di dolore che gli trafiggeva il fianco e con il cuore che martellava impazzito sulle costole, Stefano pregò che fosse finita. Ma fu proprio in quel momento che sentì qualcosa che lo fece precipitare ancor più nell'orrore, un rumore che lo terrorizzò a tal punto che la possibilità di essere preso da suo padre, al confronto, quasi scompariva: un ronzio lento e sonnacchioso, appena dietro le sue spalle. Stefano scattò in piedi, come se un mostro innominabile fosse appena entrato nel suo rifugio: la vespa, grassa, nera e marrone, se ne stava appoggiata sulla parete, appena sopra la mensola con i contenitori di vetro, entrata evidentemente dalla presa d'aria sul soffitto. Invaso dal terrore e con l'adrenalina che scorreva a fiumi dentro di lui, Stefano cominciò a menare colpi alla cieca, distruggendo tre dei suoi preziosi vasetti: l'aria angusta del rifugio fu subito piena dell'odore soffocante della formalina. II ragazzo cominciò a tossire, ma non smise di menare colpi per uccidere l'insetto che, stanco di fare da bersaglio, andò a pungerlo tre volte, prima di finire schiacciato, fatalmente, contro la parete. Stefano si trascinò fuori della stanzetta, sentendo la testa girare, mentre sul collo, su una mano e su un braccio gli si andavano gonfiando bozzi velenosi. - Credi di essere molto furbo, non è vero? - disse una voce alle sue spalle e, voltandosi, Stefano vide suo padre; la mano destra sporca di sangue, premuta contro il fianco, nella sinistra una sbarra di metallo. Non c'era dunque fine a quella giornata? - Lasciami in pace - fece il ragazzo con le lacrime agli occhi. - Lasciarti in pace? - disse quasi divertito Nicola - L'unica pace che avrai è quella eterna… - così dicendo fece partire la sbarra che, descrivendo un semicerchio, andò a sbattere nella terra battuta della cantina, a pochi centimetri dalla testa di Stefano. Il ragazzo, con uno sforzo mostruoso, riuscì a rimettersi in piedi, un attimo prima che suo padre lo attaccasse ancora. - Fermati, maledetto - disse ansimante Nicola, mentre dalla ferita infertagli da Stefano, continuava a perdere sangue a fiotti. - Questa volta... - cominciò Stefano, con la testa che pulsava come un bubbone fetido - andrai in galera per restarci, sporco maiale. Nicola partì all'attacco, a testa bassa, urlando e roteando la sbarra, ma quando arrivò davanti a lui, Stefano estrasse il coltello e glielo affondò nello stomaco, fino al manico. Nicola barcollò in avanti, sempre più sorpreso: lui, un rude e pericoloso individuo (questo pensava egli di se stesso), colpito due volte da un moccioso di dieci anni. Alla fine stramazzò al suolo, inerte. Stefano lo guardò cadere, ma sentì che non gliel'avrebbe fatta ad andarsene; la testa gli girava e nei punti dov'era stato punto dalla vespa sembravano esserci chiodi incandescenti. Con una forza che non sapeva di avere, riuscì a trascinarsi verso l'uscita, girandosi una sola volta per guardare suo padre... e questo gli salvò la vita. Traendo vigore dal suo odio, Nicola Torre era tornato ad alzarsi e toltosi il coltello di suo figlio dallo stomaco, gli si lanciò addosso a peso morto. Stefano ebbe uno scarto, più che altro per riflesso, scivolò sulla sinistra e cadde proprio accanto all'ascia che suo padre usava per tagliare la legna; l'afferrò e si voltò verso di lui. - Vieni avanti - lo sfidò il ragazzo. - Ti ucciderò - fece Nicola, con la lisa camicia a scacchi intrisa di sangue, poi sorrise e fu osceno. Stefano perse la testa e urlando gli si lanciò contro: il colpo fu dato quasi alla cieca, ma lo stesso andò a segno, prendendo la mano destra di Nicola, quella armata di coltello, staccandogliela quasi di netto dal braccio, insieme all'orologio che egli portava da quella parte. L'urlo di rabbia dell'uomo fu sostituito da un grido pazzesco di dolore che, invece di frenarlo, sembrò dargli ancora più vita. Nicola si lanciò nuovamente contro suo figlio, mentre sangue vermiglio schizzava dal semi-moncherino. Questa volta Stefano scansò facilmente l'attacco e si catapultò su per le scale. Nicola, chissà dove, trovò la forza per inseguirlo. Sbucarono sulla strada come razzi: Stefano una fredda maschera di morte e sofferenza, Nicola uno zombie che perdeva sangue un po' ovunque. La gente gridò sorpresa e si ritrasse orripilata davanti a quella scena. Stefano e Nicola attraversarono la strada quasi nello stesso tempo, ma i due metri abbondanti che li separavano furono fatali all'uomo: un grosso autobus di linea, partito mezz'ora prima da S.Cesario e guidato dallo stesso autista che aveva portato il ragazzo fino al mare, qualcosa come un secolo prima, sbucò da una curva a buona velocità e andò ad investire Nicola, facendolo volare per almeno tre metri. Le grosse ruote del mezzo passarono slittando sulla sua testa, spaccandogliela come un melone troppo maturo e riducendolo tutto in una poltiglia sanguinolenta. Poco più avanti, Stefano si accasciò sulla strada. Quando la polizia si presentò al ristorante dove Lucia lavorava, lei, vedendoli, ebbe la certezza che venissero a comunicarle la morte di suo figlio Michele, trovato con una siringa nel braccio in qualche vicolo maleodorante. Non si sarebbe mai aspettata di sentire ciò che invece le dissero. Suo marito era morto? Suo figlio Stefano in fin di vita all'ospedale? Ma cosa era successo? C'era stato un incidente, le aveva spiegato il poliziotto; Nicola Torre era stato travolto da un autobus e suo figlio si trovava in coma al "S.Oronzo". Pare che l'uomo stesse inseguendo il ragazzo o almeno era questo che raccontavano i testimoni. In stato di shock Lucia si era fatta accompagnare all'ospedale e lì aveva trovato anche Michele (che sembrava non sapesse bene dove si trovasse) e Maria in lacrime. - Michele, Maria... che è successo? - il poliziotto le aveva abbondantemente illustrato l'accaduto, ma lei sapeva che c'era dell'altro. - Non lo so, mamma - fece Michele - a me l'ha detto un amico… - Maria? - Mamma, io... - la ragazza scoppiò nuovamente a piangere - è tutta colpa mia. - Che vuoi dire? - chiese Lucia, prendendole le mani. In quel momento era tornata la donna forte e decisa che era prima di sposare Nicola, quasi che la morte dell'uomo le avesse in qualche maniera restituito ciò che egli le aveva tolto. Maria raccontò a sua madre ciò che era accaduto quel pomeriggio; di come Stefano fosse tornato a casa e avesse trovato lei e Tommaso; del fatto che subito dopo era arrivato Nicola e della lite che ne era seguita... ma ciò che fosse successo dopo era un mistero anche per lei. Proprio in quel momento entrò un medico, la faccia scarna e un paio di occhialetti appoggiati sulla fronte; l'espressione del suo viso era di un uomo che avrebbe preferito trovarsi dall'altra parte del pianeta in quel momento. - Lei è la signora Torre? - chiese. - Si! - Le hanno già detto di suo marito, immagino... - Voglio sapere di mio figlio - fece Lucia. - Purtroppo lui... abbiamo fatto il possibile, ma... - Che è successo? - disse la donna, afferrandolo per il camice. - Il cuore di Stefano ha smesso di battere qualche minuto fa... noi... signora? Signora? - Oh, mio Dio - fece Maria. Lucia Torre era caduta sul pavimento, priva di sensi. Parte Seconda Marzo 1988 Un freddo vento invernale spazzava Corso Buenos Aires, a Milano, accumulando montagnole di neve fresca ai bordi della strada. Le luci intermittenti delle auto della Polizia coloravano di blu il biancore abbacinante che si era impossessato della città. Roberto De Simone, le mani chiuse nelle tasche del cappotto, il cappello calcato fin sopra alle orecchie, guardava disgustato quest'ultimo "casino", come lo chiamava lui. Era la quinta vittima dall'inizio dell'anno e per De Simone, capo della omicidi, la cosa cominciava a diventare intollerante. Anche questa volta, era una ragazzina sui diciassette anni, probabilmente anche carina prima… tutte lo erano state. Sul suo corpo denudato, nonostante il gelo l'avesse reso come uno stoccafisso, i segni ormai tristemente noti del serial-killer. La sola idea lo faceva sentire male ed infuriare. Guardando il cadavere, osservandone l'espressione stravolta e atterrita di chi è stato lungamente torturato, prima di morire, Roberto si chiese, e non per la prima volta, perché mai avesse scelto un mestiere che lo costringesse a vedere cose tanto sconvolgenti. Si stropicciò gli occhi come un bambino colto dal sonno, mentre guardava i portantini dell'autoambulanza issare il cadavere per adagiarlo sulla lettiga. - Ehi, tu! - gridò il poliziotto. - Che c'è? - fece il barelliere. Aveva gli occhi rossi e la pelle della faccia tutta screpolata per il freddo. - Appena arrivi in ospedale dì al dottor Calcaterra di chiamarmi subito, appena finita l'autopsia... Il portantino fece segno di si con la testa e tornò ad occuparsi di quella poveretta che, ormai, non avrebbe più avuto problemi con il freddo. Che cavolo di lavoro, pensò il portantino e su questo sarebbe stato d'accordo perfettamente d'accordo con De Simone. La telefonata di Calcaterra arrivò due ore dopo, quando il poliziotto aveva esaurito la sua già scarsa pazienza. - Finalmente - disse afferrando la cornetta. - Nervoso? - chiese Calcaterra sardonico. Tra i due non vi era mai stata simpatia… nemmeno un po'. - Non ho nessuna voglia di starmene a chiacchierare con lei, mentre fuori quel bastardo continua ad ammazzare ragazzine. - Va bene, va bene - fece il medico - Che vuole sapere? - Qualcosa che non so. - La vittima è Veronica Molteni e... - Le ho chiesto di dirmi qualcosa che non so - lo interruppe De Simone - oppure crede che non sappiamo nemmeno identificare un cadavere? - De Simone, capisco che la situazione... - Lasci stare - fece ancora Roberto - e vada avanti. - Oh, Gesù - sospirò il medico, poi proseguì con evidente fastidio - Allora, i segni sul corpo della vittima sono gli stessi delle altre quattro: graffi, pugni, tagli, bruciature di sigaretta e, naturalmente, l'amputazione della mano destra... - Violenza carnale? - No, nemmeno questa volta. - Non c'è altro? - Purtroppo no... almeno niente che possa aiutarla. Non ci sono capelli o frammenti di pelle sotto le unghie e naturalmente niente impronte digitali... il bastardo è molto in gamba... - Sembra quasi che lei lo ammiri, dottore. - Non dica idiozie. Affermo solo che, per essere uno psicopatico sa bene quello che fa... e il fatto che lei non l'abbia ancora arrestato, ne è la conferma... o magari è lei a non essere in grado di… - Grazie, Calcaterra - tagliò corto De Simone e chiuse la comunicazione. Aprì il suo cassetto e tirò fuori il fascicolo del caso, c'era da restare disgustati: Daniela D'Angeli, sedici anni. Il suo cadavere era stato ritrovato il cinque gennaio, mano destra mutilata e tutto il resto. Federica Giuliani, quindici anni. Ritrovata il dieci febbraio; solita sequela di mostruosità, compreso, ovviamente, il taglio della mano. Anna Campa, diciotto anni da compiere il giorno dopo la sua morte. Il corpo fu ritrovato il ventidue febbraio, tutto come il solito. Ed ora Veronica Molteni, diciassette anni appena compiuti... Povere ragazze. Era un pedofilo? Pensò, mentre cercava nella tasca della sua giacca il pacchetto di sigarette. No, perché su nessuna di loro aveva usato violenza sessuale. Accese la sigaretta e soffiò lontano il fumo. Mesi di indagini e ancora nulla, nemmeno un indizio… c'era di che essere preoccupati. La stanza era immersa nel buio più assoluto, anche se quadranti luminosi di orologi, dalle forme più svariate, ne punteggiavano l'oscurità come strane stelle verdastre; quegli stessi orologi che segnavano con grande puntualità l'ora della morte delle vittime. Nell'aria un vago odore di formaldeide e carne andata a male. Il mostro entrò nella stanza e una striscia di luce illuminò le pareti, dando forma ad orrori inimmaginabili. Gli orologi, dai vetri fracassati, erano ancora allacciati ai polsi recisi degli ex proprietari, persone che di certo non ne avrebbero più reclamato l'appartenenza... persone che non avrebbero più reclamato alcunché. Le mani, ancora sporche di sangue all'altezza dei polsi, erano legate ad una parete di legno con delle corde ed erano ricoperte da un sottile strato di formaldeide, nel vago tentativo di conservarle dalla decomposizione. Il maniaco immerse la mano di Veronica Molteni nella soluzione conservante, mentre un breve ghigno satanico gli attraversava il volto, poi si adoperò per inserirla nella sua incomparabile "collezione". Alla fine si sedette a rimirarne l'effetto, con l'espressione di un uomo che ha tutto nella vita e ormai non sa più che cosa chiedere. Valeria Belvisi aveva finito i suoi compiti e si preparava ad uscire. Faceva freddo quel giorno, ma lei di certo non avrebbe rinunciato al suo vestitino nuovo, quello verde con la scollatura e i piccoli fiori rossi. Aveva risparmiato un po' su tutto per poterselo comprare, ma… diamine, come le stava bene: il suo corpo snello, risaltava perfetto, mentre le sue forme, acerbe, ma già abbastanza prosperose, si disegnavano evidenti e delicate… non che ne avesse bisogno, anche in jeans e t-shirt aveva notato come la rimirava Luigi, il ragazzo di venti anni con cui aveva appuntamento quel pomeriggio, ma un "pizzico" di sale non può far male, no? Non che avesse intenzione di fare nulla di sconveniente, chiaro, ma il fatto che Luigi le avesse chiesto di uscire, facendo crepare d'invidia la gran parte delle sua amiche, era già di per se una grande vittoria. La madre di Valeria la guardò infilarsi il cappotto e la squadrò per bene. - Non credi che quel vestito sia un po' troppo corto? - le disse, ma si vedeva che lo diceva solo per dovere. - Corto? - fece lei, scrutandosi allo specchio dell'ingresso il vestitino che le arrivava poco più su delle ginocchia. - Cerca di tornare a casa prima di tuo padre e stai attenta, sai bene ciò che succede in città… - Che vuoi che mi capiti? - le si avvicinò, la baciò su una guancia, prese i guanti, la borsa ed uscì. Luigi la guardò arrivare e sorrise compiaciuto, Valeria era cresciuta, in quell'ultimo anno, in maniera esponenziale, e lui di certo non se la sarebbe lasciata scappare. D'altra parte era o no il più "ambito" della scuola? Certo che lo era, ed aveva tutte le buone intenzioni di far rispettare anche alla piccola Valeria, la sua fama. Il programma era semplice: una birra al pub che normalmente frequentava con i suoi amici (giusto per far vedere a tutti che una nuova preda era caduta nella sua rete) e poi a casa sua, con la scusa di sentire un po' di musica. I suoi genitori erano fuori e quale occasione migliore? - Sei uno schianto - disse a Valeria non appena gli si avvicinò e subito i suoi occhi scesero alle sue belle gambe. - Grazie, anche tu non sei male - fece la ragazza occhieggiandolo maliziosamente. "Bingo", penso il ragazzo e presala per mano la condusse con se. Ma non fu facile come aveva pensato. Dopo aver bevuto un paio di birre, Luigi le propose di andare da lui; lo fece come se fosse una cosa del tutto normale e quando Valeria rifiutò, cominciò subito ad innervosirsi… ed anche a sentirsi un po' offeso. Ma come, lui, il più affascinante della scuola, il "don Giovanni" per eccellenza, rifiutato da una ragazzina nemmeno maggiorenne?. - Che hai intenzione di fare, allora? - chiese il ragazzo, anche un po' su di giri per via delle birre bevute. - Andiamo a fare un giro con la tua auto, no? Non abbiamo niente da fumare? Luigi sorrise. "Bingo" pensò di nuovo. Salirono sulla sua auto e si allontanarono verso la periferia della città. Si fermarono nel parcheggio di una fabbrica abbandonata e Luigi mise un nastro dei "Timoria", poi prese a rollare uno spinello di marijuana. "Vuoi fare la dura, eh?" pensò e con un sorriso beffardo accese la canna e gliela passò. Valeria era un po' sulle spine adesso, non le sembrava di aver avuto una buona idea ad andare con lui in quel parcheggio abbandonato… e, detto tra noi, nemmeno di aver indossato quello stupido vestito. Lui le aveva proposto di andare a casa sua… ma lei non era pronto per una cosa del genere. Diamine, aveva solo sedici anni! Prese la canna e con un sorriso forzato fece un tiro, sperando con tutto il cuore di sbagliarsi, su ciò che vedeva nello sguardo di lui. Gli passò nuovamente la canna e si voltò a guardare l'edificio abbandonato davanti a loro. C'era una specie di staccionata di legno, davanti a quella che doveva essere stata la porta carraia della fabbrica, dietro la quale si intravedevano solo tenebre. - Qui costruivano pneumatici, ci crederesti? - disse Luigi, come se quello spiegasse chissà che cosa. - Francamente fa venire i brividi - disse Valeria. - Hai paura di una stupida fabbrica abbandonata? - fece Luigi, mentre la sua mano scivolava sul ginocchio della ragazza. Lei gliela spostò con fare circospetto. - Bè, con tutto quello che si sente in giro… quel maniaco poi… - Oh, hai paura del maniaco… ma ci sono io qui a proteggerti. Sai bene che non lascerei mai che ti capitasse qualcosa di spiacevole - e la sua mano tornò ad accarezzare il ginocchio di Valeria. La ragazza gliela prese di nuovo e fece per allontanarla da se, ma stavolta lui non glielo lasciò fare. Anzi salì ancora un po' verso la coscia. - Smettila dai - fece Valeria ed odiò la nota di turbamento che sentì nella propria voce. Ma Luigi non la smise affatto, fece salire ancora di più la sua mano e le arrivò quasi a metà coscia. Quel pomeriggio Valeria aveva indossato le calze autoreggenti di sua madre; le aveva prese senza che lei se ne accorgesse, convinta com'era di essere e sentirsi così… così appetitosa… perfino un po' "donnaccia". Ora non le sembrava di aver avuto questa così grande idea. Cosa sarebbe accaduto quando Luigi se ne fosse accorto? Cosa avrebbe pensato di lei? Luigi fece salire ancora un po' la mano ed andò ad incontrare il pizzo della calza e subito dopo la pelle nuda della sua gamba. Fu come se qualcuno avesse acceso un interruttore nella sua testa, un pulsante che lo face diventare un altro… e quell'altro non piaceva per niente a Valeria. Con una mossa repentina, Luigi abbassò il sedile del posto di Valeria e in meno di un secondo era su di lei che cercava di baciarla, mentre le sue mani si intrufolavano senza ritegno, la dove di ritegno doveva essercene per forza. - Sapevo che ci saresti stata… - lo sentì ansimare. - Smettila Luigi - squittì dal fondo della gola la ragazza, ma era come se gli avesse strillato di continuare. Sentì su di se il desiderio di lui, come un'asta dura che spingeva sul tessuto dei jeans che Luigi indossava. Poi era sopra di lei ed incredibilmente le sue mutandine rosa erano strappate e il suo vestito nuovo risalito fin sopra l'ombellico. - Vedrai, ti piacerà - fece Luigi - Lasciami fare e non te ne pentirai… Valeria inalò aria nei polmoni ed esplose in un grido terribile, che riecheggiò all'interno dell'auto. Luigi ne fu spaventato e per un momento smise di fare ciò che non avrebbe dovuto fare… ciò che mai si sarebbe sognato di poter fare. Poi lo sportello della sua vettura fu aperto e due braccia muscolose lo afferrarono e lo trascinarono fuori. Valeria vide un uomo, aveva capelli neri e lunghi, afferrare Luigi e sbatterlo ripetutamente con la testa sulla fiancata dell'auto, accompagnando ogni colpo con un grugnito di rabbia, finché il ragazzo, come fosse un burattino, si accasciò a terra con il volto ricoperto di sangue e con gli occhi spalancati a guardarla. E' colpa tua - diceva quello sguardo - se mi avessi lasciato fare, sarei ancora vivo. - Signore… signore - fece Valeria, ansimava e piangeva insieme, mentre tentava di rivestirsi - lui voleva… voleva… io… L'uomo si introdusse nell'abitacolo e chiuse la portiera, poi avviò il motore. Quindi si voltò a guardarla… Valeria ricominciò a strillare e le sue urla sembrarono inseguire l'auto di Luigi che partiva con uno stridore di gomme, lasciando dietro di se il ragazzo privo di vita. L'auto si diresse verso l'entrata della fabbrica, sfondò la fragile transenna di legno e scomparve all'interno… Un'esca… forse era il caso di provarci? Ma si può far fare da esca ad una minorenne? De Simone continuava a rigirarsi tra le mani l'ennesima sigaretta, rifiutandosi di accenderla, ma anche di riporla nel pacchetto… era l'emblema della sua indecisione, un atteggiamento di sicuro non produttivo, né consigliabile, per chi, come lui, tentava di seguire le tracce di un assassino di adolescenti. Mai si sarebbe aspettato di trovarsi in quella posizione e l'euforia che aveva provato, quando il questore gli aveva assegnato il caso (Vedrai che fine gli faccio fare a sto' fottuto maniaco, aveva pensato), si andava stemperando nelle difficoltà e nel completo nulla in cui stavano procedendo le indagini. La stampa continuava a pretendere notizie, i media strillavano dai tubi catodici che era impossibile che ancora non sì fosse giunti ad un arresto… diamine, lui non aveva nemmeno un sospettato. Pensò a sua nipote Caterina di quindici anni, ai suoi occhi blu e alla sua spensieratezza… forse avrebbe potuto convincerla ad accettare… L'auto si era andata a fermare contro un pilastro, nel buio consistente dell'interno della fabbrica. Poca luce filtrava dalle assi poste sulle finestre a rischiarare cumuli di spazzatura, macchinari in disuso e l'auto di Luigi, accartocciata contro il pilone. Valeria aveva sbattuto la testa, nell'impatto, ed era morta quasi subito, passando dallo shock più grande della sua giovane vita all'oblio… e questa era stata la sua unica fortuna… Il maniaco l'aveva guardata spirare con un senso di sgomento: come poteva morire senza che fosse stato lui ad ucciderla? La afferrò per un braccio e la trascinò fuori dall'auto, poi prese a strattonarla, come farebbe un cagnolino con una bambola di pezza, mentre il nastro nello stereo di Luigi, continuava a suonare il suo rock, come se nulla fosse accaduto. - NO! Non puoi morire - strillo sgomento, come se fosse dispiaciuto per lei. La lasciò andare e si voltò verso il fondo della fabbrica. Tenebre limacciose, colme di mistero, sembravano corrergli incontro e lui si ritrasse spaventato: chi c'era lì dentro? Chi mai osava sfidarlo? Lui era il male… era l'assassino… era il vendicatore! Valeria ebbe un movimento inconsulto dei nervi e il maniaco gridò, come se avesse paura che il cadavere potesse tornare in vita per farsi giustizia. Poi guardò l'orologio della ragazza e fu come se il tempo stesso di fermasse. Ne afferrò il braccio e fracassò in terra il quadrante dell'orologio; estrasse dalla tasca del giubbotto il suo piccolo machete e cominciò a colpire il polso della ragazza, grugnendo e sudando, come un buon macellaio che prepara delle costine di maiale da fare alla brace. Dopo un po' la mano della povera ragazza, con ancora il suo orologio grottescamente attaccato al polso reciso, era davanti allo squilibrato, seduto a gambe divaricate sul pavimento della vecchia fabbrica. Senza un preciso motivo, o forse proprio per punirla di essere morta così repentina, si alzò in piedi e raccolse il machete, quindi lo calò con forza sulla fronte della vittima, aprendogliela fino al naso. Non contento, con lo stesso arnese, le sfondò il torace e l'addome e a mani nude prese a tirare fuori le sue budella ancora fumanti, spargendole per lo stanzone polveroso e cupo, come fossero macabri festoni. Dopo qualche minuto, imbrattato di sangue dalla testa ai piedi, pose la mano di Valeria in una busta di plastica, trofeo della sua proficua serata, ed uscì dalla fabbrica, canticchiando lo stesso brano dei "Timoria" che ancora suona nell'impianto dell'auto di Luigi. Fu in quel momento che dal fondo della fabbrica abbandonata si avvicinò una vecchia barbona, indossava una palandrana scolorita e aveva capelli bianchi ed incolti; guardò fuori dalla porta carraia, per sincerarsi che il pazzo se ne fosse realmente andato, poi il corpo straziato di quella povera ragazza… si voltò e rimise quel poco che era riuscito a racimolare per la cena, insieme alla bottiglia di scadente vino che si era bevuta quel pomeriggio. Uscì nel grande parcheggio abbandonato e vide una figura accasciata a terra, a diversi metri da lei. La grande macchia rossastra che aveva intorno alla testa non lasciava adito a dubbi. Si volto disgustata e si diresse lentamente verso il centro. Mai, in vita sua, aveva avuto così bisogno di incontrare un poliziotto. La vecchia barbona attraversò la strada e si diresse lentamente verso il parco. Stava facendo buio e non era nemmeno sicura che la polizia le avrebbe dato retta. Chi glielo stava facendo fare? Quella povera ragazza. Ecco chi? Aveva sentito parlare di quel maniaco che ammazzava le ragazzine, ma quando aveva sentito l'auto irrompere nella vecchia fabbrica e sbattere violentemente contro quel pilastro, svegliandola dal suo sonno alcolico, mai si sarebbe aspettata di trovarselo davanti. L'aveva visto trascinare fuori quella povera bambina e l'aveva visto infierire su di lei con furia brutale. Meglio per lei che fosse riuscita a non gridare o quella specie di mostro le avrebbe fatto fare la stessa fine. Accelerò il passo, sentendosi improvvisamente atterrita, ora che la consapevolezza di ciò a cui aveva assistito, cominciava a supera la nebbia alcolica della sua mente… ma non si accorse dell'uomo con i lunghi capelli neri che la scrutava da dietro un albero. Era lordo di sangue, ed aveva in mano una busta di plastica con dentro il moncherino di una mano… L'auto di pattuglia si fermò davanti al cancello della vecchia fabbrica della Good Year ed accese il faro che aveva sul tetto. Non era inusuale che andassero a controllare quella zona, ricettacolo di drogati e barboni. La luce si mosse vagante nel parcheggio ed illuminò un fagotto di stracci ad una ventina di metri. - Appuntato - fece l'autista del mezzo - che le sembra quello? L'appuntato alzò lo sguardo. - Andiamo a vedere. L'auto si mosse lentamente ed entrò nel parcheggio, sempre puntando il faro sul fagotto davanti a loro. - A me sembra un corpo - disse l'appuntato. - Chiediamo rinforzi? - Aspetta, avvicinati alla fabbrica… mi sembra che… Quando le luci dell'auto dei carabinieri illuminarono l'interno della vecchia fabbrica di pneumatici, per poco ai due non venne un colpo. Chiamarono la centrale e in pochi minuti l'aria circostante la fabbrica fu satura di sirene e luci lampeggianti. Roberto De Simone guardò sua nipote Caterina e cominciò a scuotere la testa. Era andato a prenderla in palestra e l'aveva invitata a prendere un gelato in centro. La sua intenzione era quella di parlarle per convincerla ad attuare il suo piano. Aveva la certezza che avrebbe potuto funzionare, anche se sua sorella, la madre di Caterina, non avrebbe dovuto sapere nulla. Si stava giocando la carriera, se ne rendeva conto? Anzi, ad essere del tutto sinceri, si giocava carriera, posto e vita di sua nipote… scosse ancora la testa, mentre Caterina lo guardava sorridendo: Dio, com'era carina, dolce, innocente. Era dunque giunto fino a questo punto? Questo dannato maniaco l'aveva spinto così a fondo? - Insomma, zio - fece Caterina sorseggiando il suo frappè - di cosa volevi parlarmi? E' successo qualcosa? Lui le sorrise e scosse la testa. - No, niente di importante… volevo solo dirti che… - il suo cellulare cominciò a squillare e Roberto fu invaso da una certezza funesta. - Scusa un minuto - disse, entrando in comunicazione. - Parlo con il commissario De Simone? - chiese la voce dall'altro capo. - Si. Chi è lei? - Buonasera commissario. Sono il maresciallo Scalia dei Carabinieri... mi è stato detto di parlare con lei. - Che è successo? - Credo che dovremmo incontrarci. Può venire qua? - Dove si trova? - E' lei che segue le indagini sul maniaco, no? - rispose il maresciallo come per un ripensamento. - Si - disse De Simone e aggiunse mentalmente, purtroppo. - Sa dov'è la vecchia fabbrica della Good Year? Quella chiusa? - Certo… ma che è successo? - E' più semplice se viene qua... mi creda. De Simone chiuse il ricevitore e guardò Caterina. Il solo pensiero di aver ipotizzato di servirsene come esca, gli fece venire voglia di vomitare. Accompagnò la ragazza a casa e si diresse verso la periferia della città. Ciò che De Simone vide, una volta entrato nella fabbrica abbandonata, lo lasciò assolutamente senza fiato e sentì un brivido gelato percorrergli la schiena. Si guardò in giro, posando lo sguardo sul cadavere orribilmente deturpato, sul sangue che sembrava essere ovunque, sulle budella di quella poveretta e si chiese quanto potesse aver sofferto prima di morire. - Dio mio che orrore... - disse. Si avvicinò a lui un carabiniere ossuto e spigoloso, il suo sguardo era altrettanto disgustato, ma c'era una specie di sorriso sul suo volto. - Lei è il commissario De Simone? - chiese. Roberto si voltò a guardarlo e mosse solo la testa. Era talmente scioccato da ciò che vedeva da non riuscire quasi a respirare. Era sua nipote Caterina quella che vedeva davanti a se. Dio Santo, come aveva solo potuto supporre di usarla? - Commissario? Sono il maresciallo Scalia, ci siamo sentito poco fa al telefono - Ah, si… mi scusi. - Terribile, lo so - fece il carabiniere con l'aria di chi la sa troppo lunga per farsi ferire da quelle immagini. - Dica ai suoi uomini di non toccare nulla, tra poco saranno qui quelli della scientifica - disse meccanicamente De Simone - anche se tanto so che non troveremo nulla. - E' invece si… - disse quasi trionfante il maresciallo. Roberto si voltò a guardarlo. - Che vuol dire? - Venga con me. De Simone seguì il carabiniere e restò sbalordito: tra gli schizzi di sangue, i brandelli di carne, le budella di quella povera vittima, si vedeva il manico di un piccolo machete… niente guanti questa volta? Il maniaco uscì all'improvviso da dietro il suo nascondiglio ed afferrò la barbona per il cappotto. - Che volevi fare? Brutta impicciona… - le disse e la colpì con un pugno. La vecchia cominciò a strillare. - Sta zitta, sta zitta maledetta - le intimò il maniaco e prese a trascinarsela dietro. L'aveva vista uscire dalla fabbrica ed aveva capito che era lei che lo spiava dalle tenebre per minacciarlo; era lei, che chiusa nel suo armadio, rideva nottetempo e che lo seguiva fin dentro i suoi incubi. Giorno dopo giorno, notte dopo notte, ora lo aveva capito. La lasciò andare e fece per mettere mano al suo machete: solo in quel momento si rese conto di averlo lasciato alla fabbrica abbandonata. - Maledetta impicciona - disse tra i denti e l'afferrò per il collo, cominciando a sbatacchiarla a destra e a sinistra, mentre tentava di strangolarla. Poco più avanti una giovane coppia amoreggiava, complici dei cespugli che li riparavano da occhi indiscreti. - Che succede Filippo? - disse la ragazza, sentendo le grida soffocate della barbona. Filippo staccò la sua bocca dal collo di lei, tolse le sue mani dal suo sedere e si mise in ascolto. - Non lo so. Hai sentito qualcosa? - e riprese a baciarla. - Fermati Filippo, qualcuno sta chiedendo aiuto. Il ragazzo esasperato si concesse una breve occhiata al di la del cespuglio: a meno di cinque metri da loro, c'era un uomo che stringeva per il collo una vecchia. Lo vide accanirsi su di lei, mentre la malediceva. - Ehi! - disse Filippo - lasciala andare. Sei pazzo? Il maniaco si voltò verso di lui e fece una specie di sorriso, poi Filippo lo vide spalancare gli occhi e lanciare un grido, lasciando il collo della vecchia e mettendosi a ballare come un forsennato. Il maniaco cominciò a menare colpi alla cieca, sul proprio collo si colpiva; poi Filippo lo vide afferrare qualcosa al volo e schiacciarlo tra le mani con un gesto d'esultanza, subito dopo lo vide crollare al suolo, con il volto atteggiato in una smorfia terribile. - Ma chi è quello? - fece la ragazza spaventata. Filippo si allontanò da lei e si diresse lentamente verso la radura, dove la vecchia continuava a tossire e a tenersi il collo e dove il folle giaceva riverso. - Chiama la polizia - le disse, consegnandole il suo cellulare. Si avvicinò alla vecchia e le chiese se stesse bene, poi si voltò verso l'uomo. Era immobile e sembrava non respirasse, nella mano destra c'era un insetto morto… sembrava una vespa schiacciata. Il cuore di Stefano Torre aveva smesso di battere alle 19 e 39 del 22 marzo 1955 e aveva imprevedibilmente ripreso meno di due giorni dopo, quando ormai era tutto pronto per il suo funerale. L'autopsia sul presunto cadavere non era stata mai eseguita, perché Lucia, la madre di Stefano, si era fidata dell'opinione del loro vecchio medico di famiglia, egli aveva diagnosticato la morte per shock emorragico, vista la grande quantità di sangue ritrovata nella cantina e nella strada (sangue che in realtà, era per la gran parte appartenuto a Nicola, suo padre). Ma la verità era ben diversa. Il giorno della lite con Nicola, culminata con la morte di quest'ultimo, Stefano era stato punto per tre volte da una vespa e questo gli era stato fatale... o quasi. Egli odiava le vespe perché sentiva nel suo inconscio, in una specie di presentimento paranormale, che esse erano pericolose per lui, molto più che per la stragrande maggioranza delle persone; Stefano era, infatti, allergico al loro veleno, così allergico che quel giorno era caduto in una specie di catalessi, in realtà uno stato di morte apparente. Altro che shock emorragico. Forse la moderna scienza medica avrebbe potuto classificarlo come un gravissimo shock anafilattico. Fatto sta che quando aveva aperto gli occhi, nudo sul freddo metallo della barella dell'obitorio, l'aiuto del custode, un giovane universitario che si costringeva a quel "dopo-studio" per racimolare qualche lira, era svenuto di schianto, lasciando Stefano sbigottito. Naturalmente nessuno gli aveva detto che aveva rischiato di svegliarsi in una bara a tre metri di profondità, ma l'esperienza di quel terribile giorno, quando (giustamente o no) aveva provocato la morte di suo padre, lo aveva segnato per sempre, trasformando la sua mania in vera e propria ossessione Da allora suoi preziosi "trofei" (capelli, code, orecchie e occhi di animali) avevano cominciato ad essere sostituiti da cose ben più raccapriccianti, come occhi, orecchie, dita di cadaveri umani, trafugati nel vicino cimitero di Lecce o in quello stesso obitorio dove era... rinato, dalla sua morte apparente e dove in passato si era introdotto per rubare la formalina. Prima di arrivare a Milano, portando con se il suo carico di terrore e di mani mozzate, Stefano era stato a Londra, Parigi e in altre città e ovunque aveva tracciato la sua scia di sangue e mostruosità (compresi Valeria e Luigi, le sue vittime erano state una trentina), incrementando il suo diabolico carnet e cambiando velocemente aria non appena questa diventava irrespirabile, ovvero quando la polizia sembrava ormai sulle sue tracce. Cambiava città, stava calmo per un po', diciamo un paio di mesi, poi ricominciava daccapo... Ma mai, in tutti quegli anni, gli era capitato che una vittima osasse morire prima che lui le avesse inferto le giuste punizioni, le punizioni che meritavano per essere giovani e carine. Le uccideva, infatti, perché per colpa di una di loro suo padre aveva abbandonato la famiglia ed era per colpa di una di loro che era infine tornato peggiore di prima. E tagliava loro la mano destra, proprio come aveva fatto quel giorno, di tanti anni prima, a suo padre nella cantina della loro vecchia abitazione. Era una giornata quasi primaverile e forse per la prima volta da molti mesi, Roberto De Simone se ne stava seduto a pensare con calma. La vicenda del seviziatore che tanto l'aveva angustiato era finalmente stata archiviata. Il maniaco, un tale di nome Stefano Torre, era morto per arresto cardio-circolatorio, poco dopo essere giunto in ospedale. Non c'era stato nemmeno bisogno di eseguire l'autopsia. I medici avevano detto che il suo cuore, già sovraccarico per la situazione che stava vivendo in quel momento, aveva cessato di battere, quando era stato finalmente scoperto e questo era bastato a tutti... non c'era davvero nessuno a cui importasse come egli era morto. Il giudice aveva disposto che fosse seppellito e la storia, finalmente, era finita lì. De Simone si alzò in piedi ed uscì dalla stanza del dott. Calcaterra. Voleva andare all'obitorio per vedere un'ultima volta quel bastardo che gli aveva procurato tanti grattacapi, prima che lo seppellissero. Egli riteneva la morte una punizione fin troppo lieve per lui. Erano stati nella casa che Torre aveva affittato da quasi un anno e avevano trovato la stanza degli orrori, sapientemente nascosta dietro una finta parete. Decine e decine di giovani mani destre femminili, con il loro bell'orologio allacciato, erano appese alle pareti come nel più assurdo dei film dell'orrore. Chi mai fosse stato questo Torre, da dove fosse sbucato, perché avesse preso a bersaglio proprio quelle ragazzine e perché staccasse le mani alle sue vittime, per De Simone rimase un mistero per sempre. Ma quanti pazzi agiscono per motivi che al mondo esterno alla loro mente sembrano puerili? Era questo ciò che pensava Roberto De Simone e quando giunse davanti alla porta d'acciaio dell'obitorio cambiò idea, fece marcia indietro e si allontanò. Come diavolo gli era venuto in mente di voler vedere di nuovo quel degenerato? Il giorno dopo. Il funerale di Stefano Torre si svolse quella mattina al solo cospetto del prete e dei becchini: egli non aveva amici o parenti che potessero piangerlo. Quando la funzione era giunta quasi al termine, si erano presentati una giornalista e un fotoreporter del Corriere della Sera: erano dell'unico giornale che avrebbe pubblicato la notizia del funerale del maniaco; agli altri era bastato sapere che l'incubo era finito. La bara fu posta sotto terra alle 18:03 del 24 marzo. Per il mondo la questione era finalmente archiviata. 26 marzo, ore 2:36 Stefano Torre aprì gli occhi nel buio della sua bara, si guardò intorno per un momento, poi cominciò ad urlare. Back
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